Testimonianze 

Sostiene Mandingo*

Quella che segue è la drammatica testimonianza, pubblicata da Sergio Bombardi, il 30/05/2012 su Facebook

Un giorno mi chiamò Vincenzo (Muccioli, ndr) e mi affidò una ragazza di Rimini dalla quale le donne - mi pare la Diella (Rita) & C. non riuscivano a cavare nulla.
Questa poveretta e poi si capirà perchè poveretta fu affidata a me. Io però avevo l'impegno del gruppo per il quale era prassi il pernottamento insieme e non si poteva certo mettere a dormire una ragazza con qualche decina di ex o tossici.

Mii disse (Vincenzo Muccioli, ndr) di andare con lei a vivere nella mansarda che fu alloggio di Vincenzo per un certo periodo. Non ricordo l'anno ma sicuramente prima del '90. Durante il giorno sarebbe stata con noi chimici in laboratorio.
Lei non collaborava ed io iniziai a menare. La picchiavo con un bastone ovunque capitasse. Non la colpivo forte perchè avrei potuto non solo farle male ma anche spaccarle un osso o chissà ... la picchiavo con questo bastone e levavo subito il colpo.
Scusate il paragone ma si deve capire: la picchiavo come si suona la batteria: si dà il colpo e si leva immediatamente il bastone.
La colpivo anche in testa anzi furono parecchi i colpi in testa. Lei dura come il ferro neppure si lamentava.

Il giorno dopo alla sveglia trasalii. La testa e la faccia erano il doppio del normale. Chiamai il dottore ma non ricordo chi venne. Ricordo che mi guardò (il dottore, ndr) come si guarda un pazzo e mi disse di calmarmi. Non capitò nulla. Io credevo di aver esagerato come del resto era, aspettavo Muccioli che mi chiudesse in un tino e invece nulla.

Restammo chiusi in mansarda per più di una settimana.Ricordo che il versamento dal cranio passò al collo e poi piano piano si riassorbì.

Non fini qui: la ragazza non collaborava ed allora si passò alle docce gelate.Io la mettevo nuda in doccia prendevo il getto in mano e perpetravo quest'altra violenza con la consapevolezza del mostro che sono stato parecchie volte.

A forza di vederla nuda un giorno mi feci masturbare... questo andò avanti per un mese o giù di lì.
Poi la ragazza che non aveva mai avuto problemi di droga ma era piuttosto un soggetto borderline cioè non abile come si intende, ma un po' diversamente abile, collaborò.

Vvincenzo a cena mi disse di alzarmi unitamente a questa ragazza della quale non ricordo il nome ma ricordo era di Rimini e doveva essere figlia di amici dei Muccioli, io pensai "ecco adesso mi fa nero".

Invece mi coprì di elogi e tutti mi fecero l'applauso più sincero!!! Era impossibile che i medici non avessero informato Vincenzo: se lui fosse salito oltre a me nel tino avrebbe messo anche loro.

Questa per me è stata la madre di tutte le porcherie che feci a Sampa. Ho voluto scriverlo perchè qui il gioco è questo. se non volevo giocare non chiedevo di entrare nel gruppo.

Faccio schifo? Si, questa fa vomitare. Ma a sampa era tollerato tutto purchè la città crescesse.

Ora sto meglio ma prima chiedo scusa a quella ragazza di Rimini che una notte masturbò il proprio aguzzino perchè di legnate o docce gelate davvero non se ne poteva più! Scusa a lei e a tutti.


Note:

*Mandingo, pseudonimo di Sergio Bombardi, ha collaborato con le autorità.


Quella che segue è la dichiarazione di Vincenzo Muccioli all'indomani della scoperta che Roberto Maranzano era stato ucciso in comunità e non, come invece voleva il suo abile depistaggio, in una discarica di Terzigno (Na) per un fantomatico regolamento di conti.
Leggetela con attenzione: tutto quello che Muccioli affermerà in questa dichiarazione rilasciata all'Ansa verrà ribaltato in primis dalle testimonianze e dalle risultanze processuali e, una volta alle strette, ritrattate dallo stesso Muccioli.

"È stato un uragano a ciel sereno. A me sembra un sogno. Mi sembra assurdo il fatto in sé, mi sembra impossibile che sia accaduto. Tutti i ragazzi appartenevano al reparto macelleria, che si trova accanto alle cucine.
È impossibile che una loro assenza prolungata non sia stata notata. E poi in tutto questo tempo nessuno che abbia parlato, che sia venuto a dirlo a me. Mi sembra assurdo che un intero gruppo non abbia mai detto niente.
Alcuni sono andati anche a casa. No, tutto questo sa di fantascienza. Alzare le mani - aggiunse parlando delle norme di comportamento a San Patrignano - non è proprio possibile. I ragazzi lo sanno; anzi, se uno ha un atteggiamento di mancanza di rispetto o se è violento non lo tengo, lo mando via anche se è agli arresti domiciliari".
(«Ansa», 10.3.1993).

Due giorni dopo, però, Muccioli si presentò spontaneamente dal magistrato, il procuratore della Repubblica Franco Battaglino, e ammise di essere stato subito informato del delitto, ma sotto il vincolo del segreto accordato agli stessi ragazzi della comunità; per questo non aveva denunciato il fatto («Ansa», 12.3.1993).

Poi corresse ancora la sua versione, dicendo di non aver saputo subito, ma solo mesi dopo, dell'omicidio.
(«Ansa», 14.3.1993).

È chiaro che a ogni versione corrispondeva una sua diversa responsabilità penale di quanto accaduto.

La domanda che sorge spontanea, rivolta a tutti i sostenitori di San Patrignano, è: come si fa a credere alla buona fede di un uomo così abile nell'usare le parole, così perverso nell'usare i sentimenti, i principi, per scagionare se stesso e i suoi aguzzini dalle proprie responsabilità?

Se voi ci riuscite, noi, che abbiamo conosciuto lui e i suoi metodi brutali - eufemismo - non potremmo mai.

Claudio Ghira, ex-medico di S. Patrignano, depone al processo per l'omicidio di Roberto Maranzano:
Cosa succedeva alla manutenzione? «Pestaggi e cure successive. Ricordo una testa spaccata e ricucita con una ventina di punti. E una milza esplosa a pugni»
Ci sono stati altri morti oltre a Maranzano? «No, in quel modo no.»
In altri modi? «Molti dei suicidi della comunità sono quantomeno sospetti...»
Si poteva entrare al reparto manutenzione? «No. Ci sono due medici presenti 24 ore su 24. E poi Capogreco, il responsabile del reparto»
Ma che medici sono se non denunciano questi metodi? «Credono in Muccioli. Se sei dentro é perché gli credi»
I rapporti sessuali sono controllati da Muccioli? «Certo, ma nessuno controlla i suoi. Eppure quante volte lo abbiamo visto a letto con i ragazzi più giovani? Per molti di noi, però, almeno fino a quando non si riesce a passare dalla fase acritica, anche quello viene visto come un modo per stare vicino ad una persona che sta male»
Parli di rapporti omosessuali forzati? «So di un ragazzo milanese che sicuramente ha visto i suoi problemi aumentare proprio per le eccessive attenzioni del babbo. Il capo amava soprattutto avere rapporti orali. Diceva che anche quelli servivano per far passare energia positiva da lui ai suoi discepoli»
Voci? Leggende di S. Patrignano? «No, io stesso ho visto Muccioli a letto con uno dei suoi ragazzi»
E dov’é oggi?- «E’ morto di Aids».

Raimondo Crivellin, durante il processo per l'omicidio di Roberto Maranzano, ha confessato oltre 500 sequestri di persona compiuti in sette anni di permanenza nella comunità, pestaggi, inseguimenti; alla fine deporrà per quasi cinque ore.
"Tutti i giorni inseguivo tossici che scappavano da San Patrignano. Tutti i giorni ne riportavo. Tutti i giorni ne picchiavo. Tutti i giorni ne rinchiudevo, soprattutto nella cassaforte della pellicceria. Un luogo angusto, senza finestre. Per ogni nuovo ospite Michelone cambiava combinazione alla cassaforte. Ho passato sette anni a S. Patrignano e il mio compito é sempre stato quello. Non sapevo mai la ragione di una punizione: eseguivo ordini di Muccioli.
Bastava che ci dirigessimo verso qualcuno perché il terrore gli si dipingesse sul viso. Muccioli sa come far sentire importanti, soprattutto le menti semplici. Ha scelto me perché ero un cretino. Ho creduto in Muccioli ciecamente. E ho sbagliato.
Dopo il primo suicidio, quello di Gabriele Di Paola, Muccioli mi ordinò di portare via i venti ospiti della manutenzione, il carcere della comunità. Di notte con due furgoni e qualche macchina insieme a Toto, Marco Ghezzo, Sebastiano e Franchino partimmo per la comunità di Botticella (é una comunità satellite di SanPa, ndr). L’obiettivo era far scomparire testimoni scomodi in un periodo in cui la comunità era tenuta d’occhio dalla polizia. Passammo due mesi vivendo da re.".
Interrogato sul perché dei sospetti sul suicidio: "Io l’ho visto cadere, ma non so come ha fatto a precipitare per venti metri con la faccia rivolta verso il muro. L’ho sentito gridare “No, no”, ho visto che cercava di aggrapparsi a qualcosa, senza riuscirci. Quando sono corso verso di lui era morto.
Il giorno dopo Natalia Berla si è buttata fuori da un finestrino piccolissimo, ma noi eravamo già in montagna a divertirci".

Marco Ghezzo, dodici anni trascorsi a San Patrignano, si autoaccusa al processo di Roberto Maranzano.
"Facevo parte della squadretta addetta al recupero dei tossici che scappavano da San Patrignano, alla loro custodia nella Cayenna e al loro pestaggio. Ero un esecutore di ordini. Sono stato al fianco di Muccioli per anni. Nella primavera del ' 93, quando venne alla luce l' omicidio Maranzano, lasciai la comunita' . Mi ero ricreduto su Vincenzo. Tutte queste cose le ho raccontate oltre un anno fa a Tiziana Maiolo e Niccolo' Amato e ad alcuni giornalisti.
Vincenzo ci diceva: andate e prendeteli. Noi partivamo e recuperavamo chi era scappato. Sono stato protagonista di tanti atti di violenza e di sequestri. Ho paura. So tante altre cose della comunita'.

Elisabetta Di Giovanni entrò nella comunità per la prima volta a sedici anni e che é uscita dalla droga solo molto tempo dopo aver lasciato San Patrignano, con l'aiuto di Don Gino Sacchetti.
"Durante la mia seconda permanenza a SanPa in due anni visitai quasi tutti i luoghi di prigionia. Venti giorni in piccionaia, un luogo circolare molto angusto, dipinto di arancione e in discesa, dove ti sentivi letteralmente impazzire. Due mesi al buio nella cassaforte della pellicceria insieme ad un dobermann malato. In un vecchio casolare abbandonato sdraiata e incatenata con tutte e due le braccia alla spalliera del letto. Mi veniva liberato un braccio due volte al giorno per mangiare, mentre per i bisogni fisiologici bastava un secchio sotto il letto.
Ma la chiusura più terribile, per quanto la più breve, fu una settimana nella botte. Si, un tino vero e proprio, di ferro, dove potevi stare accovacciata e dove una volta al giorno ti passavano il cibo da uno sportellino, il tutto ad un palmo dal solito secchio con gli escrementi. Non avevo ucciso nessuno, ma ben più grave era la mia colpa: ero entrata nella contestazione.
Vincenzo aveva rinchiuso, sempre per futili motivi, tre ragazze considerate da tutti ed anche da lui stesso fino a qualche giorno prima, guarite. Consuelo, Martina ed Alice, anche loro contestatarie. Le aveva rinchiuse in un casolare e siccome non soffrivano abbastanza, dopo qualche giorno sospese loro i viveri. Era terribile passare da quel capannone e sentire tutto il giorno le povere tre cantare. Mi sentivo ad Auschwitz. Dopo qualche giorno fece portare Alice, la più fragile delle tre, leggermente handicappata, sul piazzale e, con una macchinetta, le rasò i capelli, tra battute deplorevoli e risate grasse. Alice di Roma riuscì a scappare e la ritrovarono l'indomani morta per overdose in Piazza Tre Martiri. Criticai pesantemente l'operato del mio padre-padrone che mi fece rinchiudere nella botte".

Antonia Baslini depone al processo per l'omicidio di Roberto Maranzano.
"Ho trascorso sei anni, la' dentro, quando il discorso terapeutico era condotto direttamente da Muccioli con metodi violenti. Dal 15 novembre al 31 dicembre ' 82 fui rinchiusa in piccionaia, in canottiera e mutande, perche' avevo preso di nascosto dei sedativi. Uscii la sera di San Silvestro e mi fecero fare l' angioletto in una recita. Quando vieni tirato fuori dal la piccionaia, anche Kappler che ti abbraccia lo vedi come un salvatore".

Sergio Pierini, sindaco di Coriano (il comune in cui sorge San Patrignano, ndr) dal 1980 al 1990 depone al processo per l'omicidio di Roberto Maranzano e parla del sucidio di Fioralba Petrucci..
"Vidi arrivare Fioralba a testa bassa . ricorda Pierini .con gli occhi gonfi e le mani legate da una cintura, tenuta come una prigioniera da Michele Salvi. Salvi mi disse: 'Sei un estraneo, non ti preoccupare. Non sei abituato a certe cose'. Poche ore dopo Fioralba si butto' dalla finestra".

Stefano Ippolito, incaricato all'ufficio tecnico di San Patrignano, depone al processo per l'omicidio di Roberto Maranzano e fra le altre cose parla del suicidio di Natalia Berla.
"Natalia era picchiata sistematicamente - ha raccontato - Si presentava in mensa con gli occhi neri, le labbra gonfie. Un giorno mi ha consegnato un bigliettino di nascosto. ' Telefona ai miei genitori, dì loro che mi vengano a prendere' , c' era scritto sopra. Qualcuno ha visto quel gesto furtivo e ha portato via di peso la ragazza. Io non ho avuto la possibilità di comunicare fuori, a Sanpa i telefoni sono sotto controllo. Il giorno dopo Natalia è volata dalla finestra. Ricordo che c' era una balaustra. Chissà, forse potrebbe esserci stata anche una collutazione".

La cuffietta bianca mi va larga, mi sento ridicola, il camice mi arriva a meta’ gamba ed ho tanta voglia di piangere. Dove sono capitata? Sono pronta a servire a tavola un totale di 2800 tossicodipendenti (detti ex) ospiti della Comunita’ di San Patrignano. E’ mezzogiorno e 20, e' dalle 6,15 che sgambetto e sono stanca, ma che fare? Sono qui come tanti per gentile concessione del GIP che mi ha concesso il beneficio degli arresti domiciliari. Ero timorosa, ma ci tenevo a provare anche questo, pero' non posso piangermi addosso, sono stata avvertita da piu' di una persona a cosa andavo incontro, quindi….Mea Culpa!!
Devo cercare di tornare indietro, devo fare in modo di stare qui il meni possibile per limitare i danni psicologici che questa condizione mi sta procurando; spero che non tutte le comunita' siano cosi', senno' sarebbe davvero triste pensare a tutte quelle persone che si affidano completamente a loro. E’ un mese oggi che sono qui, gia' dalla prima settimana ho chiesto che mi revocassero gli arresti domiciliari, voglio tornare a San Vittore, cosa assurda vero? Forse non’e' normale pensare alla cella come se fosse un’isola felice, eppure e' cio' che mi sta succedendo. Ho il cervello in acqua, mi parlano a turno tante, troppe persone, sono componenti del reparto dove lavoro, la pellicceria.
Si prodigano di mettermi al corrente dei loro trascorsi, pare che ognuno di loro sia passato dalla fase del rigetto iniziale all’assuefazione, sembra sia normale, strano sarebbe il contrario, mi metto le mani sulle orecchie, basta, non voglio piu' sentirvi, lasciatemi in pace, voglio andarmene, mollatemi!!!

No! Non e' la paura di lavorare, non e' solo perché devo essere pronta entro le 5,45 tre volte la settimana con quella maledetta cuffietta a scodellare per tre ore orzo e latte, non è perché anche 1 minuto di ritardo e (loro dicono) vinci le sigarette, cio? non ho le 10 nazionali o alfa per al giornata, no!!!

Non e' questo. Solo non reggo le vostre regole assurde, non sopporto che una né meglio né peggio di me chiuda a chiave la porta, che per fumare debba aspettare che un’altra sia pronta o abbia voglia di accompagnarmi all’aperto per farlo, tralascio ogni grande e piccola cosa abbia contribuito a farmi tornare sui miei passi. Forse vi parro' pazza, forse galeradipendente, ma ora mi sento piu' libera che mai…

Ora sono in cella.

tratto dal giornale prodotto dal progetto EKOTONOS - Carcere San Vittore - Milano

Testimonianza inedita di Pierpaolo Paradisi. Sperimentazione animale: e gli animali eravamo noi.

"Nel 1988 Vincenzo Muccioli ci radunò tutti in teatro - fatto che preludeva a un momento particolarmente importante - e ci presentò il "Beverone", una bevanda, sostenne, in grado di aiutare i sieropositivi nella loro cura.
Tuttavia, poichè si trattava di un miscuglio di prodotti assolutamente naturali (e chi poteva smentirlo?) anche noialtri non sieropositivi eravamo invitatati "caldamente" ad assumerlo, in quanto si sarebbe fatto un periodo di prova per verificare che questa bevanda sortisse gli effetti auspicati.
In parole povere si trattava di una vera e propria sperimentazione anamale a tutti gli effetti, solo che al posto delle povere cavie c'eravamo noi.

Si trattava, nella fattispecie, di un liquido molto denso, stucchevole, con un sapore marcato di pollo. Di fatto, imbevibile. E tuttavia poichè sul piatto della bilancia c'erano i nostri amici sieropositivi (io non lo ero) anche io e molti altri iniziammo ad assumerne la dose giornaliera, costituita dalla quantità contenuta in un comune bicchiere di plastica.
Rifiutarsi, d'altra parte, non era possibile, a meno che non ci fossero delle particolari controindicazioni che dovevano essere valutate caso per caso.

I sieropositivi, almeno quelli che conoscevo direttamente, parevano entusiasti della cosa e così si diede inizio a questa drammatica operazione.
Il risultato, da lì a qualche settimana, fu catastrofico: da un inizio promettente, forse dovuto ad un effetto placebo abbastanza plausibile, si passò in breve tempo ad un aggravamento della condizione generale dei malati, e il motivo di questo peggioramento, col senno di poi, fu abbastanza semplice da capire.

Poichè si trattava di una frullato di carni bianche mischiato a non so quale altra diavoleria di fatto non era nient'altro che un "superenergetico" di difficile assimilazione, costringendo il fegato - già compromsesso a causa dei mille problemi legati alla tossicodipendenza (epatiti, etc.) - a un "superlavoro" che finiva per compromettere la salute generale dell'individuo.

Alcuni dei malati terminali ai quali fu somministrata questa bevanda, credo, non abbiano retto l'impatto con quella bomba calorica. Di certo molti dei sieropositivi iniziarono a peggiorare la loro condizione generale e in breve tempo il "beverone" fu ritirato, con buona pace di Vincenzo Mucccioli.

Va detto che alla presentazione di questo elisir di lunga vita Muccioli invitò l'ideatore di questa bevanda, di cui non ricordo il nome ma solo le fattezze, assai simili a quelle di uno scienziato squilibrato, e che al momento del ritiro del beverone dalla dieta di noialtri Vincenzo inveì contro di lui.

Fra di noi, naturalmente, facemmo le nostre considerazioni e fra tutte quella che prese maggiormente credito fu quella che Muccioli, già stregone ispirato alle scienze occulte, abbia conosciuto questo pazzo che gli ha proposto la cura miracolosa e lui, intravvedendo chissà quale business miliardario, si sia buttato a capofitto in questa infelice avventura, salvo poi far ricadere su quello squilibrato le responsabilità del fallimento.
Fra di noi i commenti furono feroci: come si può usarci come delle bestie per testare una bevanda che, anche se composta di prodotti già presenti nell'alimentazione di tutti i giorni, di fatto, a causa della interazione fra le varie molecole che la componevano, diventava un qualcosa che in natura non esisteva?

Se morì qualcuno a causa di questo esperimento degno di un Frankenstain da strapazzo non mi è dato saperlo, visto che noi sapevamo solo quello che ci volevano far conoscere, ma se tanto mi dà tanto e il "beverone" fu immediatamente fatto scomparire qualche motivo ci sarà. O no?
Il motivo, è poco ma sicuro, è che fu un fallimento. E così una pietra tombale fu posta sull'intera vicenda.

Per noi che lo subimmo quell'esperimento, il ricordo è quello di essere stati usati come topi da laboratorio.
Per il nostro benefattore, questo e altro ..."

 

 

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