La vicenda giudiziaria

La vicenda Giudiziaria

3 maggio 1989:
mentre faceva la doccia nel reparto macelleria di San Patrignano, Roberto Maranzano subì un feroce pestaggio, ordinato dal responsabile del reparto Alfio Russo, per futili motivi, ad opera di alcuni suoi compagni di reparto e probabilmente dello stesso Russo.
La mattina seguente fu sentito lamentarsi e rantolare, appariva malconcio e tumefatto, faceva fatica ad alzarsi. Alfio Russo, forse preoccupato, decise per quel giorno di lasciarlo riposare a letto, non perdendo occasione di incitarlo a reagire e di sfotterlo, minimizzando la portata delle sue sofferenze. Il mattino dopo, alla sveglia delle 5,30, le condizioni di Roberto sono ancora preoccupanti, cammina a fatica, ansima, ha il volto tumefatto. Ma ciò non intenerisce affatto Russo, che è convinto ch'egli finga per sottrarsi al lavoro.
Viene costretto a salire sul furgone per raggiungere la porcilaia e qui giunti Alfio Russo gli ordina di scaricare da un camion sacchi di mangime per i maiali del peso di circa trenta chili l'uno. Roberto ci prova ma cade a terra al primo tentativo. Russo gli si avventa contro colpendolo ripetutamente con calci all'addome e al torace quindi ordina che venga portato di peso dentro la porcilaia.
Qui il dramma giunge all'epilogo. Russo, perso ormai il lume della ragione, s'accanisce a credere che Roberto si opponga deliberatamente alla ripresa del lavoro e lo pesta a più riprese selvaggiamente, coinvolgendo anche Lupo ed altri nell'assurdo intento di costringerlo a lavorare, fino al momento in cui Roberto Maranzano s'accascia a terra senza più dare alcun segno di vita.

Constatata la morte di Roberto Maranzano, Russo e gli altri tengono una riunione sul posto per decidere cosa sia meglio fare, poi Russo rompe gli indugi e va a parlare con Vincenzo Muccioli.
Si assenta per breve tempo e poi ritorna con un piano per sbarazzarsi del cadavere.
Ordina a Lupo e Persico di avvolgere il corpo in una coperta, di caricarlo su un'auto della Comunità e di trasportarlo al sud, nel napoletano, e li giunti di scaricarlo da qualche parte.
Lupo e Persico eseguono gli ordini: il corpo di Roberto Maranzano verrà abbandonato in una discarica abusiva di Terzigno, in provincia di Napoli, con l'intento di inscenare la fuga del ragazzo dalla comunità e un successivo regolamento di conti.


9 maggio 1989:
viene scoperto in una discarica abusiva di Terzigno (Napoli)  il cadavere di Roberto Maranzano, che si riteneva fosse fuggito dalla comunità. In quegli stessi giorni, Vincenzo Muccioli, fingendo di essere venuto a conoscenza solo allora che la fuga fosse finita con la morte, sostiene di essere andato nel reparto macelleria a incontrare gli altri ospiti per ridurre l'impatto emotivo della notizia.

8 marzo 1993
: a seguito della testimonianza di Franco Grizzardi per la morte di Roberto Maranzano vengono eseguiti sette ordini di custodia cautelare nei confronti di ospiti della comunità di San Patrignano gestita da Vincenzo Muccioli.
Gli arrestati sono Alfio Russo, 38 anni; Giuseppe Lupo, 32 anni; Ezio Persico, 42; Stefano Grulli, 32; Alessandro Fiorini, 29; Fabio Mazzetto, 30 e Mariano Grillo, 29. I provvedimenti, che ipotizzano il reato di concorso in omicidio preterintenzionale aggravato, vengono emessi dal gip di Rimini, Vincenzo Andreucci, su richiesta del pm Franco Battaglino. Andreucci, lo stesso magistrato che negli anni 80 istituì un processo contro Muccioli e 12 suoi collaboratori per sequestro di persona e maltrattamenti (il cosiddetto processo delle catene).
Per quei fatti il tribunale di Rimini arrivò ad una sentenza di condanna il 16 febbraio 1985, la corte d'Appello rovesciò la sentenza il 28 novembre e la quinta sezione della Cassazione chiuse il caso il 29 marzo 1990, confermando l'assoluzione dall accusa di sequestro di persona perchè Muccioli e gli altri operatori avevano agito in stato di necessità putativa e non per consenso dei tossicodipendenti e da quella di maltrattamenti perchè non punibili per eccesso colposo in stato di necessià putativa.
Comunque, Vincenzo Muccioli confessa che sapeva del delitto di Roberto Maranzano. Muccioli dice al magistrato di aver taciuto perchè questo era l'accordo preso con i suoi ragazzi. Muccioli, commentando con i giornalisti l'episodio della morte di Maranzano e degli arresti, aveva detto: E' stato un uragano a ciel sereno.
Il procuratore Battaglino aveva già sentito Muccioli due giorni prima, per circa 25 minuti, come persona informata sui fatti. In quel colloquio, Muccioli aveva sostenuto di aver appreso il fatto dalla stampa.
Nel corso di una conferenza stampa, il fondatore di San Patrignano dice di non sapere nulla di quanto accaduto.

9 marzo 1993: Franco Grizzardi, 30 anni, che con la sua testimonianza diede l'avvio alle indagini, viene arrestato. Viene scarcerato Fabio Mazzetto.

12 marzo 1993: il fondatore della comunità di San Patrignano, Vincenzo Muccioli, si presenta spontaneamente.


17 marzo 1993: non più omicidio preterintenzionale, ma omicidio volontario aggravato dalle sevizie: è questa la nuova imputazione notificata ad Alfio Russo, l'ex capo del reparto macelleria di San Patrignano, considerato dagli inquirenti il maggiore indiziato dell omicidio di Roberto Maranzano. Secondo gli inquirenti l'accusa contro Russo è stata aggravata perchè Maranzano è stato letteralmente massacrato.
Dalla dinamica della seconda fase del pestaggio, dai racconti degli altri, dalle condizioni in cui era ridotto il cadavere (l'osso del collo spezzato e sei vertebre rotte) e da altri elementi, il procuratore si è convinto che la morte del giovane non sia stata un incidente, ma che sia stata voluta.

22 marzo 1993: Muccioli si difende dall'accusa di favoreggiamento, nega di aver coperto gli assassini di Roberto Maranzano e di aver depistato le indagini. Intanto l'accusa di omicidio volontario, già contestata a Russo, viene estesa a Persico e Lupo. Stando le cose come stanno - afferma l'avv. Virga, difensore del fondatore di San Patrignano - Muccioli difficilmente può essere rinviato a giudizio.
 
Virga ricostruisce i passaggi della vicenda, così come Muccioli li ha esposti al magistrato: Il 5 maggio 1989 Muccioli è a letto con la polmonite. Viene informato che Maranzano è fuggito, per telefono dal centralino, avvertito a sua volta da qualcuno del reparto macelleria, ma non da Russo. Muccioli smentisce quindi che Russo sia andato a casa sua. Ancora tramite il centralino, sempre secondo la ricostruzione di Muccioli, il leader di San Patrignano dà l'autorizzazione alle ricerche di Maranzano, ma non sa quali suoi compagni del reparto lo andranno a cercare e se con l'auto o con altri mezzi.

4 giugno 1993: Russo, Lupo e Persico vengono sottoposti a confronto in sede di incidente probatorio. Il procuratore Battaglino afferma che il confronto non ha dato risultati. Tutti e tre sono rimasti sulle loro posizioni.

20 ottobre 1993: Alfio Russo era seminfermo di mente all'epoca del pestaggio a pugni e calci in seguito al quale morì Roberto Maranzano. E' quanto accerta il perito d'ufficio, lo psichiatra e psicanalista di Rimini Angelo Battistini, al quale il Gip aveva affidato una perizia sull'ex tossicodipendente.

24 novembre 1993: E' stata una compressione prolungata e comunque non un solo colpo a spezzare il collo a Roberto Maranzano. E' quanto afferma il supplemento di perizia anatomo-patologica disposto dal Gip Vincenzo Andreucci.

9 dicembre 1993: Il procuratore di Rimini Franco Battaglino chiede il rinvio a giudizio di Vincenzo Muccioli per favoreggiamento e concorso in occultamento di cadavere in relazione all'omicidio di Roberto Maranzano.
Il fondatore di San Patrignano avrebbe concorso nell'occultamento del cadavere (reato amnistiato) con Alfio Russo, Giuseppe Lupo ed Enzo Persico, i tre ex ospiti della comunità per i quali viene chiesto il rinvio a giudizio con l'accusa di concorso in omicidio volontario aggravato dalle sevizie, dalla crudeltà e da motivi abbietti.


Muccioli smentisce quindi che Russo sia andato a casa sua. Il fatto che Battaglino contesti a Muccioli anche questo reato significa che, evidentemente, non crede alla versione fornita dal leader della più grande comunità europea per tossicodipendenti, che ha raccontato di aver saputo della morte di Maranzano soltanto alcuni mesi dopo il pestaggio. A Russo viene riconosciuta l'attenuante del vizio parziale di mente, mentre a Lupo e Persico quella prevista dall art. 116 del codice penale, per aver partecipato a un reato diverso (omicidio volontario) da quello voluto. Russo è accusato anche di minacce nei confronti di Laura Carpinelli e Franco Grizzardi, ai quali voleva impedire di raccontare agli investigatori ciò che sapevano.
Laura aveva parlato pubblicamente di metodi violenti usati a San Patrignano nel corso di una trasmissione televisiva; Grizzardi è uno dei cinque ragazzi accusati di aver procurato gravi lesioni a Maranzano durante la prima fase del pestaggio. Oltre a Grizzardi la richiesta di rinvio a giudizio per lesioni riguarda Mariano Grillo, Fabio Mazzetto, Alessandro Fiorini, e Stefano Grulli.

19 gennaio 1994: nuova accusa a Vincenzo Muccioli: durante l'udienza preliminare, il procuratore Franco Battaglino gli contesta anche il reato di omicidio colposo per aver dato vita a un reparto punitivo come la macelleria, tollerando che là venissero commessi atti di violenza fisica e morale e mettendoci a capo Alfio Russo, un uomo con profonde turbe psicologiche. La sorella di Maranzano, Rita, esce dall'aula dell'udienza preliminare, strappando davanti a tutti l'assegno di 50 milioni che la comunità le ha consegnato a titolo di risarcimento.

5 marzo 1994: le posizioni processuali dei quattro principali imputati si dividono. Mentre Muccioli viene rinviato a giudizio con l'accusa di omicidio colposo, con rito abbreviato Alfio Russo viene riconosciuto responsabile dell omicidio preterintenzionale aggravato ed è condannato a otto anni di reclusione, due dei quali condonati.
Ezio Persico e Giuseppe Lupo vengono invece assolti dall accusa di concorso nell'omicidio perchè i due agirono in stato di necessità cioè sotto coartazione

Assolti anche tutti gli altri imputati minori.

6 aprile 1994: Non è neppure ipotizzabile che Vincenzo Muccioli ignorasse lo stile di vita interno al reparto macelleria porcilaia e il modo di operare di Russo. Proclamare la propria ignoranza o inconsapevolezza costituirebbe un ammissione di macroscopica incapacità a gestire una comunità umana, non solo terapeutica, priva di qualsiasi termine di paragone nel nostro Paese: è questo, secondo il Gip di Rimini Vincenzo Andreucci, il punto principale sul quale si fonda l'accusa di omicidio colposo nei confronti del leader della comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Lo scrive nella motivazione dell ordinanza con la quale il giudice decide di mandare sotto processo Vincenzo Muccioli per la morte di Roberto Maranzano.

19 ottobre 1994  il racconto della morte di Maranzano viene fatto in aula da Luciano Lorandi, il ragazzo trentino che per primo confessò quanto avvenuto nella porcilaia della macelleria di San Patrignano il 5 maggio.
Nella parte pomeridiana dell'udienza, c'è l'arresto di un teste reticente, Umberto Vitale, poi rilasciato alcuni giorni dopo.

26 ottobre 1994 entra nel processo una cassetta con la conversazione tra Muccioli e il suo allora autista, Walter Delogu. Sono tre testi a parlare della registrazione. Delogu viene rintracciato e portato in aula, ma nega di aver mai parlato dell'esistenza di quella cassetta. Il giorno dopo viene arrestato e comincia a collaborare.
Contemporaneamente l'avvocato milanese, a cui l'autista aveva consegnato la cassetta, mette la registrazione a disposizione della Procura. Il Tribunale fissa l'audizione in aula dell'incisione per il 2 novembre.
Nei giorni che separano dalla successiva udienza, intanto, viene arrestato Franz Vismara, braccio destro di Muccioli, che avrebbe fatto pressioni su Delogu affinchè gli consegnasse la cassetta e ne negasse l'esistenza. Vismara viene poi rilasciato dopo alcuni giorni di carcere.
Il 2 novembre l'ascolto della cassetta in cui Muccioli dice, parlando di uno dei ragazzi della macelleria testimone dell'omicidio: bisognerebbe fargli un overdose e altre frasi simili.
L'udienza del 3 novembre è quella dell'autodifesa di Muccioli, che spiega di aver detto quelle cose per provocare Delogu, per vedere dove voleva arrivare. Sono anche stato ricattato da Delogu - spiega - al quale ho dato 150 milioni. Non lo denunciai anche per evitare traumi e destabilizzazioni ai ragazzi della comunità. Nel frattempo, parallelamente al processo, gli inquirenti riminesi ascoltano una serie di testi spontanei che raccontano di violenze nella comunità, di presunti raid punitivi, di un presunto finanziamento illecito al PSI, di squadrette punitive, di suicidi che destano sospetti. Questo induce il Pm, l'8 novembre, a chiedere il cambio d'imputazione per Muccioli: da omicidio colposo a maltrattamenti seguiti dalla morte della vittima, reato di competenza della Corte d Assise, che prevede una pena dai 12 ai 20 anni.
Il Pm chiede anche che il Tribunale rimetta gli atti alla Procura per la successiva trasmissione alla Corte d Assise. Il Collegio giudicante, però, respinge la richiesta.
L'indomani, alla fine della requisitoria, il pm Franco Battaglino richiede che il Tribunale nella sentenza dichiari la propria incompetenza e gli trasmetta gli atti. Solo in estremo subordine chiede la condanna a tre anni di Muccioli per omicidio colposo e, in ancora ulteriore subordine, a un anno per favoreggiamento (l'omicidio colposo esclude il favoreggiamento e viceversa).
Intanto proseguono sino alla vigilia della sentenza le deposizioni spontanee di ex ospiti della comunità, dai cui racconti emergono nuove accuse.

7 novembre 1994: la Corte d Appello di Bologna annulla la sentenza del Gup di Rimini Vincenzo Andreucci che il 5 marzo 1994 aveva, con rito abbreviato, condannato Alfio Russo a otto anni di carcere (due condonati) per l'omicidio di Roberto Maranzano. La decisione è motivata dal fatto che era inapplicabile, come disposto dalla Corte di Cassazione dopo una pronuncia della Corte costituzionale, il rito abbreviato, e la conseguente riduzione di un terzo della pena, perchè l'originaria accusa nei loro confronti, omicidio volontario pluriaggravato, prevede astrattamente la pena dell'ergastolo, non suscettibile di riduzioni.
Per effetto della sentenza, la posizione di Russo, assieme a quella dei coimputati Ezio Persico e Giuseppe Lupo tornerà allo stesso giudice perchè si pronunci sulla richiesta di rinvio a giudizio già formulata dal Pm.
Ma soprattutto Alfio Russo non tornerà in carcere: i giudici hanno infatti ritenuto che la buona condotta e la precedente incensuratezza giustifichino la permanenza di Russo agli arresti domiciliari che gli furono concessi. I giudici stabiliscono inoltre che per Stefano Grulli, Fabio Mazzetto, Franco Grizzardi e Mariano Grillo il reato applicabile è quello delle lesioni personali volontarie semplici, estinto per amnistia, per cui viene dichiarato il non doversi procedere.


14 novembre 1994: altri racconti di sequestri, pestaggi, persone tenute rinchiuse contro la loro volontà: Marco Ghezzo, 12 anni passati a San Patrignano, rende una deposizione spontanea davanti al pm di Rimini Paolo Gengarelli, nell'ambito dell'inchiesta parallela al processo a Vincenzo Muccioli. Sergio Pierini, ex sindaco Pds di Coriano, ancora impegnato nella comunità, parla anche di Fioralba Petrucci, una giovane morta suicida nella comunità di Civitacquana (Pescara), satellite di San Patrignano.
Il 25 giugno Pierini riferisce di aver visto la giovane, dopo che era stata prelevata dalla propria abitazione, tornare in comunità con le mani legate e gli occhi gonfi. Poco dopo si suicidò.
Antonia Baslini, figlia del padre del divorzio Antonio, ricorda quando fu costretta a rimanere rinchiusa un mese e mezzo nella piccionaia di San Patrignano: quando esci dopo 46 giorni così chi ti tira fuori, può essere Kappler oppure Himmler, lo abbracci e lo vedi come un salvatore. San Patrignano - afferma la giovane - è un regime assoluto, gestisce totalmente la tua vita; il discorso terapeutico è basato sulla violenza.
Gli inquirenti ascoltano anche Adriano Cacciatore, una volta tra i collaboratori di Muccioli: Ho mia moglie e i miei figli che vivono ancora a San Patrignano - dice - e ultimamente ho difficoltà a comunicare con loro. Vincenzo controlla tutto e non ci consente di parlarci. Gli inquirenti sentono poi Sebastiano Gendel, fratello di Natalia Berla, anche lei morta suicida nell 89 a San Patrignano, e Joanna Trancu, la ragazza che sarebbe stata obiettivo di una spedizione punitiva ordinata da Muccioli.
In totale gli investigatori incidono sette cassette di testimonianze, di cui tre con i fatti riferiti da Ghezzo.

15 novembre 1994: la procura di Rimini apre un nuovo fascicolo nel quale si ipotizzano i reati di maltrattamenti e sequestro di persona dopo le dichiarazioni rese da Marco Ghezzo. Nel registro degli indagati figura già il nome di Vincenzo Muccioli.

15 novembre 1994: il Tribunale di Rimini condanna Vincenzo Muccioli a otto mesi di carcere, pena condonata, per il reato di favoreggiamento. La sentenza lo assolve per non aver commesso il fatto dall'accusa di omicidio
colposo, che era alternativa a quella per la quale scatta la condanna.

18 novembre 1994: il nome di Vincenzo Muccioli figura tra quello degli indagati per l'inchiesta aperta dalla magistratura di Pescara sulla morte di Fioralba Petrucci, la giovane tossicodipendente ospite della comunità di Civitaquana (Pescara), satellite di San Patrignano, che morì il 25 giugno 1992 dopo essersi gettata dalla finestra di un bagno della stessa comunità. Con Muccioli, sul registro degli indagati vengono iscritti anche i nomi delle quattro persone che avrebbero preso la ragazza nella sua abitazione per ricondurla, contro la sua volontà, alla Comuniàtà di Civitaquana: Franco Di Teodoro, Roberto Ciarma, Michele Salvi e Dino Di Francesco.
Le ipotesi di reato formulate dal sostituto procuratore di Pescara, Anna Maria Abate, che conduce l'inchiesta, sono quelle di sequestro di persona e violenza privata, nonchè dell'ipotesi prevista dall art. 586 del codice penale morte o lesioni come conseguenza di altro delitto.

23 novembre 1994: Vincenzo Muccioli compare nel registro degli indagati della procura di Reggio Emilia per l'episodio dell incendio nella villa di una veterinaria, Cristina Gramoli, che all'epoca lavorava nella comunità di San Patrignano, compiuto nell'ottobre del 1987 a Correggio.
Il Pm chiede anche che il Tribunale rimetta gli atti alla Procura per la successiva trasmissione alla Corte d Assise.
Il Collegio giudicante, però, respinge la richiesta. 
Assieme al fondatore della comunità compaiono nel registro i nomi di Walter Delogu e di Franchino Capogreco, che sarebbero stati gli autori materiali dell incendio. Era stato lo stesso Delogu, l'ex autista di Muccioli, a raccontare agli inquirenti, durante un interrogatorio al commissariato di Rimini il 5 novembre scorso, di essere stato incaricato, assieme a Capogreco, di bruciare la casa, all epoca disabitata, per conto di Muccioli. Le fiamme in realtà fecero danni limitati.

27 gennaio 1995: i purosangue acquistati da San Patrignano finiscono nel mirino della procura di Rimini che ha ipotizza nei confronti della Comunità di Vincenzo Muccioli il reato di falso in bilancio. Continua nel frattempo negli uffici del Tribunale di Rimini la sfilata dei testimoni interrogati in relazione agli altri filoni d'indagine aperti dalla magistratura per i reati di sequestro di persona, maltrattamenti e violazione dei diritti politici. Da dicembre sarebbero state ascoltate più di cento persone e altrettante dovranno essere interrogate. Il sostituto procuratore di Rimini, Paolo Gengarelli, ascolta fra gli altri la nipote di Indro Montanelli, ospite a San Patrignano dal 1988 al 1990, per poi tornare in comunità qualche tempo dopo come dipendente. Susanna Moizzi, 40 anni, è stata a lungo al centralino di San Patrignano e avrebbe confermato l'esistenza di reparti punitivi.

3 aprile 1995: un esposto contro il giudice dell'udienza preliminare di Rimini, Vincenzo Andreucci, viene presentato alla procura di Firenze da Vincenzo Muccioli. Al centro dell'esposto un intervista ad Andreucci pubblicata nel novembre precedente sul settimanale cattolico di Rimini Il Ponte, in cui il giudice diceva tra l'altro: Se le autoritò competenti avessero preso sul serio le questioni poste dal 'caso delle catene' forse Roberto Maranzano non sarebbe stato ucciso. Fu posta per legge l'esclusione del ricorso a mezzi violenti per le comunità ammesse all'erogazione dei contributi pubblici, ma quella norma nessuno si è curato di farla rispettare. Secondo Muccioli l'intervista dimostrerebbe preconcetti da parte di Andreucci che come Gup ha firmato il rinvio a giudizio del fondatore di San Patrignano nell'ambito
dell'inchiesta sull'omicidio di Maranzano mentre, come giudice istruttore, si è occupato del cosidetto processo delle catene.

11 aprile 1995: la comunitàdi San Patrignano dovrà pagare al comune di Coriano le sanzioni amministrative per le richieste di concessioni edilizie in sanatoria presentata alla vigilia dell entrata in vigore del decreto legge 551/94 sul condono edilizio. Trentotto domande per circa 40mila metri quadrati di opere: un contenzioso di tre miliardi e 600 milioni che ora la comunità di Vincenzo Muccioli dovrà versare nelle casse di Coriano.
Lo stabilisce il ministero di Grazia e Giustizia.

11 aprile 1995: viene riesumata nel cimitero di Loreto Aprutino (Pescara), su disposizione della procura pescarese, la salma di Fioralba Petrucci, la giovane tossicodipendente morta nel giugno 1992 mentre era ospite della comunità di Civitaquana (Pescara), satellite di San Patrignano. La riesumazione, per accertare le reali cause della morte, viene disposta dal sostituto procuratore Anna Maria Abate nell'ambito dell'inchiesta scaturita dalle dichiarazioni rese nel novembre scorso al Tribunale di Rimini da un collaboratore di Vincenzo Muccioli, Roberto Assirenti, in merito alla morte della giovane, archiviata nel 1993 come suicidio. Nei giorni precedenti la Procura di Pescara aveva emesso un informazione di garanzia nei confronti di Muccioli nella quale si ipotizzavano il concorso in sequestro di persona, morte o lesioni come conseguenza di altro delitto, perquisizione e ispezione personali arbitrarie. Secondo quanto emerso, Fioralba, il 24 giugno 1992, fu raggiunta nell'abitazione della madre, a Loreto Aprutino, da quattro giovani (Roberto Ciarma, Dino Di Francesco, Franco Di Teodoro e Michele Salvi, indagati per gli stessi reati ipotizzati per Muccioli) e ricondotta contro la sua volontà nella comunità di Civitaquana, dove si uccise gettandosi da una finestra mezz'ora dopo il suo ritorno.

9 maggio 1995: il Tribunale della Libertà di Rimini revocato gli arresti domiciliari ad
Alfio Russo. I magistrati, col parere favorevole del pm Franco Battaglino, ritengono che non sussistano più le esigenze di custodia cautelare. Russo deve ancora essere processato per omicidio volontario pluriaggravato.

3 luglio 1995: la perizia autoptica sul corpo di Fioralba Petrucci conferma che la giovane tossicodipendente si uccise lanciandosi, nel giugno 1992, da una finestra della comunità di Civitaquana (Pescara). I risultati escludono segni di violenza esterna sul corpo della giovane.

15 luglio 1995: il pm di pescara Anna Maria Abate chiede l'archiviazione dell'inchiesta sulla morte di Fioralba Petrucci nella quale erano indagati Vincenzo Muccioli e quattro suoi collaboratori.

29 agosto 1995: Carlo Taormina, uno dei legali di Vincenzo Muccioli, presenta in procura a Firenze un esposto contro il procuratore di Rimini, Franco Battaglino. L'esposto contro Battaglino si affianca ad un iniziativa giudiziaria nei confronti di Andreucci per accertare una conduzione del processo Maranzano in funzione del perseguimento di finalità estranee all'accertamento della verità.

19 settembre 1995: Vincenzo Muccioli muore, stroncato da un male incurabile.

30 ottobre 1997: nel processo bis per l'omicidio Maranzano, Russo viene condannato a 14 anni di reclusione, Lupo a sette, nel frattempo Persico è deceduto.

5 ottobre 1999: a Bologna, nel processo d'Appello, accettando il patteggiamento con l'imputazione per omicidio volontario, Alfio Russo viene condannato a dieci anni di reclusione e Lupo a sei anni e tre mesi.

13 maggio 2000: la Corte di Cassazione rende definitiva la condanna a dieci anni di reclusione (di cui due condonati) per Alfio Russo che viene arrestato. Russo deve infatti scontare una pena residua di sei anni. Ma lo stesso giorno Russo torna in libertà, dal momento che la magistratura di sorveglianza di Bologna sospende
l'esecuzione della pena dopo il deposito dell'istanza di grazia da parte dei suoi difensori.
Irreperibile è invece Giuseppe Lupo, condannato definitivamente a sei anni e tre mesi (due condonati).

14 maggio 2000: Giuseppe Lupo si costituisce e viene arrestato.

24 maggio 2000: Anche Giuseppe Lupo viene scarcerato. Il magistrato di sorveglianza di Bologna ritiene fondata la richiesta di scarcerazione avanzata dal suo legale che si basa sul fatto che Giuseppe Lupo, 39 anni, residente a Rimini dove ha aperto un attività artigiana, a distanza di tanti anni è completamente un altra persona.