San Patrignano: le catene, i sequestri,
le morti violente e il ginepraio degli altri reati.
In questa pagina è raccolta, suddivisa in sezioni, tutta la storia di San Patrignano, dagli albori fino ai giorni nostri.
I dati sono stati reperiti dalle consistenti cronache giudiziarie, dall’archivio storico del Corriere della Sera, di Repubblica e di altri quotidiani e settimanali, da alcune trasmissioni televisive e da alcuni testi pubblicati in lingua italiana. Completano le fonti diversi dati di istituzioni pubbliche, soprattutto in merito ai risultati dei programmi (?) terapeutici.
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![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() | Negli anni '70 Vincenzo Muccioli lavorava come albergatore all'Hotel Stella Polare di Rimini di proprietà della moglie Antonietta, che a sua volta l'aveva ereditato dai genitori. Per la verità Muccioli un lavoro vero e
proprio non lo aveva mai avuto anche per l'agiata posizione economica
che il padre, assicuratore e proprietario terriero, aveva raggiunto. La cosa doveva essere di grande
impatto emotivo (Muccioli durante le sedute andava in trance e
identificandosi col Cristo predicava la comunione dei beni) perché nel
giro di poco tempo quei pochi che assistevano diventarono sempre più,
fino a costituirsi in un gruppo, il Cenacolo che si trasferì sulla
collina benedetta di S. Patrignano, di proprietà di Vincenzo, dove tutti
insieme si coltivava la Vigna del Signore. Come sempre in questi casi i più suggestionabili non riuscivano a dare a queste esperienze la giusta dimensione e finivano per cadere in uno stato di dedizione assoluta che si rifletteva negativamente persino sulla loro vita familiare. "Sono convinta che mio marito
sia stato plagiato dal Muccioli e che costui l'abbia messo contro di me"
é la dichiarazione rilasciata al giudice istruttore da una donna, Maria
Teresa Tusino che nel ‘78 sporse denuncia contro il marito, Giulio
Canini, che l'aveva picchiata per il suo rifiuto a che il figlioletto lo
seguisse in comunità. Nel frattempo la Vigna del Signore andava sempre meglio e diventava sempre più affollata anche da quei tossicodipendenti che cominciavano ad arrivare per farsi curare. Evidentemente però, non tutti gli adepti dovevano essere così sprovveduti perché alla richiesta di due loro, Bruno Camosetti e Guerrino Pieri, di vederci chiaro sull'effettiva destinazione dei proventi della Vigna dove si allevavano anche cani, cigni e pollame, l'autorità giudiziaria arrivò a dimostrare che unici beneficiari di alcuni degli assegni rintracciati erano stati Muccioli e sua zia Serafina. Ormai, però, l'attività
principale di S. Patrignano era quella di centro d'accoglienza per i
tossicodipendenti che arrivavano a supplicare assistenza e l'iniziale
piccola Vigna del Signore é oggi diventata un'estensione di 220 ettari
di terreno dove (secondo inumeri forniti dalla Comunità oltre 2000 tossicodipendenti e non, fatturano, con le varie
attività produttive, circa 22 miliardi di lire annui: laboratori di
falegnameria, la tristemente nota pellicceria, allevamenti di ogni
genere (quello con i 300 purosangue da gare internazionali é considerato
il migliore d'Europa, ma dei cavalli ne riparleremo) e perfino un
ospedale all'avanguardia per la cura dei malati di Aids inaugurato
nientepopodimeno che da tre dei ministri del governo Berlusconi (Costa,
sanità; Guidi, famiglia; Biondi, giustizia). Ma le sue amicizie non si
fermano certo a quelle politiche: Craxi, De Lorenzo, Benvenuto
(che addirittura si vanta di averci fatto un Primo Maggio a SanPa), ma
anche e soprattutto giornalisti, o meglio chi a una parte di loro dà
lavoro: Letizia Moratti, presidentessa della Rai e moglie di quel
Gianmarco Moratti, petroliere, assieme al quale trascorre i suoi fine
settimana proprio nella comunità in una villa accanto a quella del guru.
La villa da Mille e una Notte "Una villa principesca, di circa 1500 metri quadri, con un grande parco recintato, con fagiani, galli cedroni, fenicotteri rosa. Una volta c'erano anche i daini. E una gabbia con le pantere.In cantina c'é la Jacuzzi, l'acquario di pesci tropicali, la sauna, la cantina di vini pregiati del figlio, il caveau blindato. Per non parlare del parco macchine: suo figlio Andrea la Mercedes 300 e lo scooterone Honda, suo figlio Giacomo la Porsche Carrera cabrio e la Bmw K100 oltre ad una Range Rover per le gare di autocross. Lui, Vincenzo, girava con la Mercedes 600, la moglie con una Bmw 318 familiare. E infine il personale di servizio. C'era un maggiordomo in livrea che serviva il the su vassoi d'argento e in guanti bianchi. E cinque fra cameriere e stiratrici". A raccontare é Roberto Assirelli, testimone contro Muccioli al processo per il delitto Maranzano. Ha lavorato tredici anni a SanPa dove é entrato come tossico e ne é uscito guarito: oggi é assessore PDS al bilancio e alla cultura al comune di Coriano. A onor del vero va precisato
che Muccioli aveva regalato tutti i beni immobili di appartenenza della
comunità alla Fondazione S. Patrignano, nata sul finire del 1985,
qualche mese dopo la sua condanna nel 6/2/85 per gli incatenamenti e
prima dell'assoluzione in appello il 28/11/87. Già, i cavalli. Per loro
Vincenzo non ha mai badato a spese: si dice che Wejawey sia stato
acquistato per due miliardi e trecento milioni mentre Kassandra per soli
due miliardi. La Ricetta dell'Amore Siamo nel ‘79 quando ai
carabinieri arriva un ritaglio di giornale con su scritto: "Sono
prigioniero di queste persone. Telefonate alla polizia o ai carabinieri.
Ho già avuto 7 collassi e sto malissimo". Non va a finire allo stesso
modo, invece, in un'altra occasione: il 28 ottobre 1980 una ragazza di
ventitré anni, Maria Rosa Cesarini, si presenta alla squadra mobile di
Forlì raccontando di essere fuggita da S. Patrignano dopo essere stata
rinchiusa per sedici giorni in una piccionaia. "Pestaggi e cure successive.
Ricordo una testa spaccata e ricucita con una ventina di punti. E una
milza esplosa a pugni". Ma il principale accusatore di
Muccioli é, in questo processo, il carceriere Raimondo Crivellin in
comunità noto come Piedini. Ha confessato oltre 500 sequestri di
persona compiuti in sette anni di permanenza nella comunità, pestaggi,
inseguimenti; alla fine deporrà per quasi cinque ore. "Tutti i giorni
inseguivo tossici che scappavano da S. Patrignano. Tutti i giorni ne
riportavo. Tutti i giorni ne picchiavo. Tutti i giorni ne rinchiudevo,
soprattutto nella cassaforte della pellicceria. Un luogo angusto, senza
finestre. Per ogni nuovo ospite Michelone cambiava combinazione alla
cassaforte. Ho passato sette anni a S. Patrignano e il mio compito é
sempre stato quello. Non sapevo mai la ragione di una punizione:
eseguivo ordini di Muccioli". E a proposito di un suicidio: "Dopo il primo suicidio,
quello di Gabriele Di Paola, (gli altri furono quelli di Natalia Berla, il giorno seguente, e Fioralba Petrucci avvenuto di lì a breve) Muccioli mi ordinò di portare via i venti
ospiti della manutenzione, il carcere della comunità. Di notte con due
furgoni e qualche macchina insieme a Toto, Paro-Paro, Sebastiano e
Franchino partimmo per la comunità di Botticella (é una comunità
satellite di SanPa, ndr). L'obiettivo era far scomparire testimoni
scomodi in un periodo in cui la comunità era tenuta d'occhio dalla
polizia. Passammo due mesi vivendo da re". E ancora: "Una volta ho chiuso anche Franco Capogreco in cassaforte. Ha urlato tutta la notte perché soffre di claustrofobia. Quando é uscito era cianotico. Andava punito, ma non lo so perché. Lo dirà lui ai giudici » . Poi é il turno di Paro-Paro, Marco Ghezzo: « Da S. Patrignano sono scappate migliaia di persone. Sono molti di più quelli che scappano che quelli guariti. Lui i guariti li conta ogni volta che escono. Se uno entra tre volte ed esce tre volte vale per tre guarigioni". Per finire la testimonianza di una ragazza, Elisabetta Di Giovanni che entrò nella comunità per la prima volta a sedici anni e che é uscita dalla droga solo molto tempo dopo aver lasciato S. Patrignano, con l'aiuto di Don Gino Sacchetti. " Durante la mia seconda
permanenza a SanPa in due anni visitai quasi tutti i luoghi di
prigionia.Venti giorni in piccionaia, un luogo circolare molto angusto,
dipinto di arancione e in discesa, dove ti sentivi letteralmente
impazzire. Due mesi al buio nella cassaforte della pellicceria insieme
ad un dobermann malato. In un vecchio casolare abbandonato sdraiata e
incatenata con tutte e due le braccia alla spalliera del letto.
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